L’arte è l’espressione della felicità, dello stato mentale che si raggiunge quando si è in pace.
Parlare di Agnes Martin significa entrare in un’idea di arte che assomiglia molto a un rituale quotidiano, fatto di concentrazione, ripetizione e silenzio, perfettamente in sintonia con il tema dei RITUALI che accompagna questo mese di gennaio.
Nata nel 1912 in Canada e formatasi artisticamente negli Stati Uniti, Martin attraversa gran parte del Novecento costruendo un linguaggio visivo inconfondibile, lontano dalla narrazione e vicino a una dimensione interiore e meditativa. Dopo gli anni newyorkesi, vissuti a stretto contatto con l’ambiente dell’astrazione americana, sceglie di ritirarsi nel New Mexico, nel deserto, un luogo essenziale e rarefatto che riflette profondamente il suo modo di pensare e di lavorare.
Qui dipinge per decenni grandi tele apparentemente semplici: superfici chiare attraversate da linee sottilissime, griglie leggere, colori delicati che si rivelano solo a uno sguardo attento.
Il suo stile, spesso accostato al minimalismo, in realtà se ne distanzia per l’intenzione profondamente emotiva e spirituale: le linee non sono fredde strutture geometriche, ma tracce di un gesto umano ripetuto con pazienza, mai perfettamente identico, come accade nei rituali autentici. Ogni opera nasce da un processo lento e disciplinato, in cui il fare diventa una pratica mentale prima ancora che visiva.
Martin non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente come universale: equilibrio, quiete, armonia, felicità.
Non a caso le sue opere sono state esposte in alcuni dei musei più importanti al mondo, dal Guggenheim al Whitney Museum di New York, dalla Tate a grandi retrospettive internazionali che hanno permesso al pubblico di confrontarsi con un’arte silenziosa ma potentissima.
Davanti ai suoi lavori non c’è nulla da decifrare: non una storia, non un simbolo nascosto, ma un tempo da attraversare. Ed è proprio qui che il legame con il rituale diventa evidente: osservare un’opera di Agnes Martin significa rallentare, accettare la ripetizione, lasciarsi guidare dal ritmo delle linee come da un respiro.
In un’epoca nella quale la velocità e l’eccesso di immagini sembrano l’unico modo per colpire la visione delle masse, la sua arte ci ricorda che anche lo sguardo può essere educato come un rito, capace di riportarci a uno stato di presenza, di pazienza e attenzione profonda, dove la bellezza non è qualcosa da afferrare, da fagocitare e ben presto dimenticare ma da abitare, da custodire e da conservare.
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