I rituali di Tonika Lewis Johnson non hanno candele, incenso o simboli espliciti. Sono fatti di letti rifatti al mattino, capelli intrecciati in cucina, pranzi in famiglia, bambini che giocano sul marciapiede. Con il progetto Everyday Rituals, la fotografa e attivista di Chicago trasforma questi gesti minimi in un racconto potente di dignità e resistenza del quartiere di Englewood, uno dei luoghi più stigmatizzati della città.
Tonika Lewis Johnson è nata e cresciuta a Englewood, nella South Side di Chicago, e ha scelto consapevolmente di restare lì come artista e attivista. Il quartiere, spesso presente nelle cronache solo per violenza e povertà, è il centro di tutta la sua ricerca visiva. Fotografa e documentarista, Johnson espone in istituzioni come il Chicago Cultural Center, la Loyola University Museum of Art (LUMA) e la Gordon Parks Foundation; parallelamente porta avanti progetti di giustizia spaziale come Folded Map, che mette a confronto quartieri “gemelli” della città per mostrare le disuguaglianze urbane.
Per lei la fotografia non è solo rappresentazione, ma strumento per cambiare la narrazione dominante: da “quartiere problema” a comunità complessa, piena di relazioni, creatività, amore. Questa tensione tra documento e attivismo è la base da cui nasce anche Everyday Rituals.
Everyday Rituals nasce dall’idea che la spiritualità e la forza di una comunità non passano solo attraverso le cerimonie ufficiali, ma soprattutto attraverso le pratiche quotidiane. Johnson punta l’obiettivo su ciò che, di solito, non si fotografa: la cura del corpo, le abitudini domestiche, le micro‑routine di famiglie nere in un quartiere marginalizzato.
Nelle immagini vediamo madri che pettinano e intrecciano i capelli delle figlie, bambini che si preparano per la scuola, uomini che stirano o cucinano, famiglie riunite intorno al tavolo o sul divano. Questi gesti, ripetuti giorno dopo giorno, diventano “rituali di sopravvivenza” che tengono insieme identità, affetti e senso di appartenenza, in un contesto esterno spesso ostile.
Curatori e testi critici definiscono Everyday Rituals come un ponte tra il “secolare” e il “divino”: non ci sono altari o chiese, ma la sacralità è nelle relazioni, nel tempo dedicato all’altro, nella capacità di prendersi cura di sé e della propria casa. Johnson stessa richiama la tradizione del libro In Our Terribleness di Amiri Baraka e Billy Abernathy, dove la “terribilità” non è solo sofferenza, ma anche grazia, stile, capacità di vivere con forza in mezzo alla durezza del mondo.
Dal punto di vista visivo, Everyday Rituals si muove sul confine tra fotografia documentaria e linguaggio poetico. Le immagini alternano ritratti ambientati e scene d’interno, con luce morbida, colori caldi e una forte attenzione a mani, sguardi, piccoli oggetti domestici: pettini, piatti, tessuti, letti, giocattoli. Non c’è voyeurismo, ma una prossimità evidente: chi guarda percepisce che la fotografa fa parte del luogo, non è un’osservatrice esterna.
Le inquadrature spesso collocano i soggetti al centro dello spazio domestico, quasi come in un piccolo altare familiare. In altre immagini, l’azione è colta in movimento – una mano che sistema una treccia, un bambino che corre – a sottolineare che il rito non è posa statica, ma gesto vivo. La scelta di mescolare immagini di case private e scorci del quartiere crea un continuum: la strada, il portico, il salotto e la cucina diventano un unico “territorio rituale”.
Una parte importante del progetto è il modo in cui le immagini vengono restituite alla comunità e al pubblico più ampio. Le serie Everyday Rituals e Everyday Englewood sono state esposte in gallerie e musei di Chicago, dove le vite di Englewood entrano fisicamente nello spazio “alto” dell’arte. In queste mostre, il visitatore è invitato a guardare con lentezza ciò che normalmente viene ignorato o liquidato con pregiudizio.
Johnson però non si limita alle istituzioni: molte sue fotografie vengono mostrate anche in installazioni pubbliche, eventi di quartiere, attività educative con i giovani. In questo senso, il rituale non è solo il soggetto delle foto, ma anche la pratica stessa dell’artista: restare, fotografare, condividere, dialogare con i vicini diventa un rito di presenza e responsabilità.
Everyday Rituals lavora contro una lunga storia di rappresentazioni distorte delle comunità nere urbane, spesso ridotte a statistiche sulla criminalità o a immagini sensazionalistiche. Mostrando momenti di cura, intimità e gioia, Johnson ricostruisce un immaginario alternativo in cui Englewood non è “eccezione negativa”, ma luogo pienamente umano.
Ogni piccolo rito fotografato – rifare il letto, preparare il pranzo, accompagnare i figli – è anche un atto politico: dichiara che queste vite meritano attenzione, complessità e rispetto. In questo senso, il progetto dialoga con la tradizione di Gordon Parks e di altri fotografi che hanno raccontato la vita afroamericana quotidiana come spazio di bellezza e di lotta.
Per chi fotografa, Everyday Rituals offre diversi spunti concreti:
Guardare alle routine come materiali narrativi
Invece di inseguire solo momenti eccezionali, si può partire da gesti ripetuti: il primo caffè della mattina, la preparazione di un palco, il trucco prima di un concerto, il tragitto sul tram. Chiedersi: quale rito scandisce le mie giornate o quelle della mia comunità?
Lavorare in prossimità
Johnson fotografa il proprio quartiere, le persone che conosce: questo le permette di accedere ai rituali intimi senza forzature. Un invito è esplorare i riti nei luoghi che già abiti – casa, condominio, bar di zona, associazioni – invece di cercare l’esotico a tutti i costi.
Dare forma visiva alla cura
Nelle sue foto la cura si vede nei dettagli: mani che sistemano, sguardi che si incrociano, oggetti usurati ma amati. Pensare al rituale non solo come azione, ma come insieme di micro‑segni che raccontano un legame può guidare composizione, luce e scelta del momento dello scatto.
Restituire le immagini ai soggetti
Come Johnson, che espone nel quartiere e coinvolge i residenti, si può progettare fin dall’inizio come le fotografie torneranno alle persone ritratte: stampe, incontri, piccoli libri, mostre locali. Il rito fotografico diventa così davvero condiviso.
Sito web: https://www.tonijphotography.com/
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