
La fotografia è un rituale per me. Salire con la mia macchina, osservare, catturare la parte più mitica dell’uomo, poi entrare nell’oscurità, sviluppare, scegliere il simbolico.
Graciela Iturbide è una delle voci più importanti della fotografia messicana e contemporanea. Nata nel 1942 a Città del Messico, inizia studiando cinema, ma è l’incontro con la fotografia – e soprattutto con Manuel Álvarez Bravo, suo maestro negli anni Settanta – a definire il suo linguaggio. Da lui apprende uno sguardo lento e rispettoso, basato sull’osservazione e su una profonda attenzione verso le persone e le culture incontrate.
Nel corso della sua lunga carriera, riconosciuta a livello internazionale (tra i premi più recenti, il Premio Princesa de Asturias delle Arti, assegnato nel 2025), Iturbide ha costruito un racconto fotografico che attraversa la vita quotidiana di comunità indigene e popolari, muovendosi con naturalezza tra dimensione sociale e simbolica. Una panoramica completa del suo percorso si può trovare sul sito ufficiale del Premio Princesa de Asturias e sul portale di Magnum Photos, agenzia di cui fa parte, dove sono visibili molte delle sue serie più note.
Il suo stile è immediatamente riconoscibile grazie all’uso quasi esclusivo del bianco e nero. Una scelta tutt’altro che nostalgica: togliere il colore significa dare spazio alla luce, alle forme e alle ombre, rendendo ogni immagine più essenziale e intensa. Le sue fotografie non si limitano a documentare, ma suggeriscono, evocano, aprono domande. Figure umane, animali e paesaggi diventano simboli, come si può vedere anche nelle immagini condivise da musei e istituzioni come il MoMA, la Tate o la Fondazione MAPFRE, spesso attive anche su Instagram.
Il tema del rituale è centrale nel suo lavoro. Iturbide ha raccontato più volte, in interviste disponibili su siti come Aperture o LensCulture, che per lei fotografare è già un rito: uscire con la macchina fotografica, osservare senza fretta, aspettare il momento giusto e poi tornare in camera oscura, dove l’immagine emerge lentamente. Questa dimensione rituale è evidente in serie celebri come Juchitán de las mujeres, dedicata alle donne zapoteche di Oaxaca, o nei lavori realizzati con la comunità Seri nel deserto di Sonora, spesso citati e approfonditi su blog e magazine di fotografia come Blind, Il Post – Fotografia o Artribune.
Dal punto di vista tecnico, Iturbide lavora prevalentemente in analogico. La pellicola, l’uso della luce naturale e la cura estrema della composizione fanno parte di un processo meditativo che trasforma scene quotidiane in immagini dal forte valore simbolico. Molti appassionati possono approfondire questo aspetto seguendo talk e interviste disponibili su YouTube, sui canali di festival fotografici e musei internazionali.
Ideologicamente, la sua fotografia rifiuta ogni forma di esotizzazione. Iturbide non ama l’etichetta di “realismo magico”: come spiega in diverse interviste reperibili online, il suo obiettivo non è creare mondi fantastici, ma raccontare con rispetto ciò che esiste davvero. Il rapporto con i soggetti è basato sull’empatia e sulla fiducia, mai sulla distanza.
In definitiva, l’opera di Graciela Iturbide invita a guardare la fotografia come un gesto di ascolto e di relazione. Attraverso il bianco e nero, la lentezza del processo analogico e l’attenzione ai rituali del quotidiano, il suo lavoro ci ricorda che anche nelle azioni più semplici può nascondersi qualcosa di profondamente significativo. Un messaggio che continua a ispirare fotografi e appassionati, oggi più che mai, anche attraverso il dialogo aperto dei musei, dei siti specializzati e dei social network.