«La macchina fotografica mi ha dato una voce e un modo per entrare.» — Nan Goldin
Quando penso a Nan Goldin, la prima parola che mi viene in mente è “vero”. Ogni sua fotografia è intensa, fragile, a volte dolorosa, ma sempre incredibilmente sincera. È nata nel 1953 a Washington D.C. e ha passato la vita a fotografare se stessa, i suoi amici, gli amori, le cadute e le rinascite. Negli anni ’70 e ’80 New York era il suo palcoscenico: la scena punk, le comunità queer, la vita vissuta senza filtri, tutto finiva davanti al suo obiettivo.
Il caos nelle sue immagini non è solo disordine visivo, è vita in tutte le sue forme: emozioni traboccanti, relazioni instabili, corpi che si sfiorano, confusione di luci e ombre. Basta guardare The Ballad of Sexual Dependency, il suo diario fotografico più celebre: centinaia di scatti che raccontano amicizie travolgenti, amori appassionati, dipendenze, violenze, perdite. Ogni immagine sembra catturata nel momento in cui tutto sta per scappare di mano: un abbraccio improvviso, una lite che esplode, un gesto d’affetto rubato, una caduta. Il caos si percepisce nei dettagli: un letto disfatto, una stanza in disordine, oggetti lasciati sul pavimento, persone che non guardano la macchina fotografica, che non posano. Tutto diventa materia viva, pulsante, come se la fotografia fosse l’unico modo per fermare quel flusso incontrollabile della vita.
Uno degli scatti più potenti è Nan One Month After Being Battered: il volto segnato, il rossetto sbavato, l’occhio nero. Il caos qui è sia esterno che interno: l’evento traumatico e il turbinio di emozioni che ne segue. È un’immagine che ti colpisce perché mostra la fragilità e insieme la resistenza. È la quintessenza del caos di Goldin: reale, emotivo, brutale ma anche profondamente umano.
Il caos prende forma anche nelle sequenze degli slideshow, dove le immagini scorrono accompagnate da musica. Qui l’ordine lineare svanisce: una foto segue l’altra senza gerarchie, salti temporali improvvisi ti portano dal divertimento sfrenato a momenti di dolore straziante. Luci dure, colori saturi, composizioni apparentemente casuali, gesti improvvisi e sguardi rubati creano un flusso continuo che somiglia alla vita stessa: confuso, imprevedibile, ipnotico. In queste proiezioni il caos diventa ritmo, vibrazione, esperienza sensoriale: non guardi solo le foto, le senti.
Il caos di Goldin emerge anche dalle persone che fotografa: amici, amanti, compagni di vita non sono mai idealizzati. Sono imperfetti, vulnerabili, a volte distrutti o confusi. Ma proprio in questa vulnerabilità c’è forza. Il disordine diventa poetico: il caos di una stanza, di un letto, di un momento di euforia o di dolore è parte della storia che sta raccontando. Anche le dipendenze, la malattia, le perdite diventano tasselli di questo flusso vitale. Ogni immagine, anche la più semplice, è un frammento di caos emotivo e sociale, un pezzo di mondo che scivola via se non lo catturi.
Il suo stile è immediato e potente: luci dure, flash diretto, colori saturi, composizioni casuali. Non cerca la perfezione tecnica, cerca la verità. Ogni dettaglio, anche piccolo o scomodo, è significativo. Già nei primi lavori come Ivy Wearing a Fall, Boston, emerge il suo sguardo intimo, capace di catturare la fragilità e l’energia dei suoi soggetti. Col tempo, ha esplorato altre città e culture, senza mai perdere quel filo emotivo che attraversa tutta la sua produzione.
Da l’11 ottobre 2025 al 15 febbraio 2026, al Pirelli HangarBicocca di Milano, sarà possibile vedere la retrospettiva This Will Not End Well, dedicata ai suoi slideshow e ai suoi lavori da filmmaker. Sarà un’immersione totale nel suo mondo: immagini che vibrano di caos, suoni che amplificano le emozioni, spazi progettati per farci sentire davvero il flusso incontrollabile della vita come lei lo vede.
Guardare le fotografie di Nan Goldin significa accettare il caos della vita così com’è: intenso, imprevedibile, fragile, eppure incredibilmente bello. Il suo lavoro ci ricorda che il caos non è qualcosa da evitare: è da vivere, raccontare, sentire, e, soprattutto, comprendere. Ogni scatto è un invito a entrare in quel flusso e a riconoscere la bellezza anche nelle pieghe più oscure dell’esistenza.
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Marianna Codalli
Marianna Codalli
26 giorni fa

… molto intense. Vive. Sembra di vedere tutto dall’interno delle crepe tanto sono emotivamente pulsanti. Le parole che avete scritto per aprirci la porta in questo viaggio lo sono altrettanto. È tutto così presente. La fragilità che si aggroviglia con la bellezza e non se ne districa più. La bellezza del caos.

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