Il silenzio è così preciso.
[Mark Rothhko]
Quando ci si avvicina all’arte di Mark Rothko, la prima cosa che colpisce non è tanto ciò che si vede, quanto ciò che si sente. E, paradossalmente, ciò che si sente nasce dal silenzio. Un silenzio che non è vuoto, ma pieno di vibrazioni, come se i colori stessi ti stessero parlando a bassa voce. Rothko, uno dei grandi protagonisti dell’arte del Novecento, aveva capito che a volte togliendo quasi tutto si riesce finalmente a dire qualcosa di vero.
Nato nel 1903 in quella che oggi è la Lettonia, con il nome di Marcus Rothkowitz, arrivò bambino negli Stati Uniti e crebbe a Portland. A New York si formò come artista e si immerse nell’ambiente dell’espressionismo astratto, ma trovò presto una strada tutta sua. Non gli interessavano i gesti esplosivi alla Pollock né le figure simboliche tipiche del surrealismo. La sua ricerca era un’altra: creare uno spazio in cui lo spettatore potesse fermarsi e sentirsi, finalmente, presente.
I suoi celebri campi di colore, quei grandi rettangoli che sembrano fluttuare su fondi altrettanto vibranti, non sono quadri da “capire”, sono esperienze da vivere. Rothko voleva che ci si avvicinasse molto alle sue tele, quasi a sfiorarle, perché solo così il colore potesse avvolgere chi guarda. In quel momento accade qualcosa di particolare: il rumore del mondo si spegne. Ci si ritrova dentro una sorta di pausa emotiva in cui si percepiscono sfumature che solitamente passano inosservate.
E qui il silenzio gioca un ruolo ancora più profondo. Rothko considerava il silenzio non un contorno ma un vero e proprio elemento della sua pittura. Il silenzio è ciò che permette al colore di agire, di farsi spazio, di penetrare lentamente. È come se davanti a una sua tela venissimo invitati a rallentare la respirazione, a farla coincidere con il ritmo lento della superficie pittorica. Ogni bordo sfumato, ogni vibrazione cromatica sembra sussurrare qualcosa che non può essere detto ad alta voce. Il silenzio diventa un linguaggio, e lo spettatore ne è automaticamente coinvolto.
Nei dipinti più intensi, il silenzio sembra addirittura una sostanza. Ci sono opere in cui i colori più scuri creano una sorta di quiete profonda, quasi uno spazio di solitudine in cui ognuno può ascoltare le proprie sensazioni senza filtri. Non a caso molti descrivono i suoi lavori come “stanze interiori”: luoghi in cui il silenzio non spegne le emozioni, anzi le amplifica, le rende più nitide.
La ricerca culmina nella Rothko Chapel di Houston, un ambiente pensato non per essere semplicemente “visitato”, ma vissuto. Le tele scurissime che la compongono non impongono nulla: aspettano. E in quell’attesa, lo spazio si riempie di un silenzio che non è inquietudine, ma raccoglimento. È un silenzio che ti accoglie, ti lascia essere, ti mette in contatto con qualcosa di molto semplice e molto umano: il tuo sentire. Qui l’arte non fa rumore, ma fa eco.
In un’epoca come la nostra, piena di stimoli, notifiche, sovraccarico visivo e sonoro, Rothko offre quasi un antidoto. Le sue opere sono stanze di silenzio colorato in cui possiamo, anche solo per un attimo, fermarci. Ci invitano a ritrovare quella parte di noi che spesso dimentichiamo, quella che abita nelle pause, nei respiri, nei momenti non detti. Rothko ci ricorda che il silenzio non è un vuoto da temere, ma un luogo da abitare. E ogni sua tela, anche la più minimale, diventa una finestra su questo spazio interiore.
Alla fine, il vero dialogo con Rothko avviene proprio lì, dove le parole non servono più. Perché il suo silenzio, così preciso, così denso, non smette mai di parlare.
 
Sito web: mark-rothko.org
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